Testo di Natalia Aspesi


È stato davvero un incontro fortunato quello tra “Questioni di cuore” e    Mojmir Ježek: fortunato soprattutto per me perché il tratto morbido e misterioso di Ježek ha reso inconfondibile la mia rubrica: sfogli magari distrattamente “Il Venerdì” e devi per forza fermarti davanti ad una finestra su cui si affacciano soffici cuori trafitti da pugnali, bocche a cuore, cuori faticosamente portati sulle spalle da ometti, cuori in un cassetto, cuori come mazzi di fiori: cuori sempre molto rossi, di un rosso festoso.

Per frettolosità non l’ho mai ringraziato della pazienza e del talento con cui ogni settimana dà veramente luce alle incertezze e spesso anche agli autentici dolori di chi mi scrive.

Lo faccio adesso, approfittando di questa sua mostra, che si intitola proprio, e lo ritengo un grande omaggio, “Questioni di cuore”: e su suo invito ci sono proprio “i miei cuori”, anche quello più emblematico della mia rubrica, un cuore a terra, frantumato come un coccio.

Certe volte, mi pare che sia lui a rispondere meglio di me a chi mi scrive: io uso le parole, che spesso hanno torto o sono insufficienti, lui usa l’immagine essenziale e certe volte crudele: mancano i volti, nei suoi disegni, perché sono inutili e quando disegna i corpi, ne porge solo un pezzo, essenziale e protagonista: un seno, una natica, una gola, una mano, un piede, una schiena.

Sono gli emblemi di un feticismo amoroso, l’interpretazione di un desiderio o di un sogno di chi scrive perché ama con difficoltà, perché non è amato, perché è negletto: e talvolta persino perché è felice, e Ježek l’ha capito prima di me.